“La grande bellezza”. Paolo e le metafore della vita.

Si, oh si. Hanno la puzza sotto il naso. Eccome se ce l hanno. E me li immagino li seduti, tutti impettiti e griffati. I critici cinematografici hanno bocciato il Paolo Sorrentino nazionale, regista de “La grande bellezza”. Troppo pacchiano, troppo ridondante, insomma troppo, troppo e ancora troppo. Non era elegante  quell’abbuffata di immagini e musiche per il raffinato minimalismo del Festival di Cannes.

E ovviamente anche in Italia si segue l’onda del giudizio negativo. Prima che si sapesse il verdetto della giuria di Cannes, tutti a glorificare e santificare il grande Paolo Sorrentino. L’unico regista valido rimasto nel tetro panorama cinematografico italiano. Poi La grande bellezza torna a mani vuote. E allora giù con le critiche. Un film scontato, noioso, lento e chi piu ne ha piu ne metta.

L’atteggiamento nei confronti di Sorrentino è lo specchio di un comportamento che vede gli italiani salire sempre sul carro del vincitore. E abbandonarlo nella tempesta. Non c’è fedeltà, non cè intelligenza e neanche rispetto. Anzi è un atteggiamento in generale degli esseri umani con poco, pochissimo cervello.

La verità è che il film di Paolo (si ormai è uno di famiglia!) è esso stesso “la grande bellezza”. Bello e luminoso. Intenso da farti sgorgare le lacrime in maniera autonoma. Tocca le corde del cuore il personaggio di Jep, recitato da un sublime Toni Servillo.

Sono sicura che il pubblico premierà il film.

Caro Paolo, non ti preoccupare vedrai che arriverà anche il tuo momento. Parlo a Paolo cosi come a me stessa.

La grande bellezza e l’essenziale sempre.

 

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